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TEORIA ECONOMICA E CRISI FINANZIARIA: UNA LEZIONE DA PRENDERE SUL SERIO E-mail
Politica e Istituzioni
di Emilio Barucci
02 aprile 2010
paolo sylos labiniIl ‘‘Manifesto per la libertà del pensiero economico. Contro la dittatura della teoria dominante e per una nuova etica’’ promosso dalla Associazione Paolo Sylos Labini ha l’indubbio merito di porre il tema del rapporto tra crisi finanziaria e teoria economica.

Il ‘‘Manifesto per la libertà del pensiero economico. Contro la dittatura della teoria dominante e per una nuova etica’’ promosso dalla Associazione Paolo Sylos Labini ha l’indubbio merito di porre il tema del rapporto tra crisi finanziaria e teoria economica sfuggendo i narcisismi compiacenti di molti economisti à la page che dopo avere perorato la capacità dell’analisi economica di ‘‘comprendere’’ il mondo e l’uomo – un vero e proprio delirio di onnipotenza - hanno passato gli ultimi due anni a rincorrere affannosamente gli eventi oscillando tra vaticini improbabili, analisi severe improntate ad una sicumera declamatoria e proposte di policy bislacche. Non è mancato chi si è trincerato dietro un adagio che nell’accademia si racconta quasi per scherzo: ‘‘il modello è giusto è la realtà (in questo caso la politica) che è sbagliata’’.

Bene dunque un ‘‘Manifesto’’ che obblighi gli economisti a riflettere. Ce n’è bisogno di una riflessione attenta. La sensazione infatti è che negli ultimi tempi si assista alla volontà di far finta che nulla sia successo: business as usual, non solo nel mondo degli affari ma anche nel mondo della teoria economica. Certo la crisi finanziaria sarà la fortuna degli economisti che potranno scrivere tanti articoli e fare convegni interessanti ma la sensazione è che la vera lezione non sia stata recepita e che ci si limiti a qualche aggiustamento marginale. Così non deve essere, la crisi finanziaria pone problemi seri ed è auspicabile che produca una riflessione significativa sulla teoria economica.

Il punto è capire se il ‘‘Manifesto’’ rappresenti un buon punto di partenza per la riflessione. La sensazione è che non lo sia. Il ‘‘Manifesto’’ sostiene che si sia in presenza di un pensiero unico (‘‘una sola verità nella scienza economica’’) ispirato dal fondamentalismo liberista. De Vincenti la scorsa settimana su questa rivista ha osservato giustamente che la teoria economica è tutt’altro che ispirata da un pensiero unico liberista, c’è un fiorire di scuole di pensiero che incorporano le imperfezioni dei mercati come ingredienti base delle loro costruzioni sia sul fronte macro (Nuova Economia Keynesiana) che su quello micro (teoria della regolazione, contratti ottimi). Se in caso è la sua vulgata che è stata improntata a questi toni. Il Manifesto sembra sbagliare bersaglio quando sostiene la presenza di un ‘‘regime’’ ingenerando la sensazione che la risposta debba andare nella direzione di un significativo intervento pubblico sia sul fronte dell’attività produttive e finanziarie che su quello redistributivo.

Il vero punto riguarda le ripercussioni della crisi sul metodo dell’analisi economica e in secondo luogo sulla politica economica che ne è ispirata. Prima di entrare nel merito appare opportuna una precisazione. Nel ‘‘Manifesto’’ si parla di crisi come segno della fragilità del regime di accumulazione neolibersita. Premesso che non è facile capire cosa significhi processo di accumulazione neoliberista, il rischio è che si colga fuori dal bersaglio: è vero sì che questa crisi - come tutte le crisi - nasce da una sopravalutazione degli asset finanziari, ma questa crisi a differenza delle altre ha avuto gli effetti che abbiamo vissuto perché la regolazione ha fallito in modo clamoroso. Se le cartolarizzazioni non fossero state acquistate dalle banche non avremmo di sicuro assistito al loro fallimento ma a un riequilibrio classico sul versante macro tramite tasso di cambio e politica monetaria. Questa osservazione suggerisce che la crisi e il malfunzionamento del mercato hanno a che vedere soprattutto con la finanza e non con gli altri settori, quindi anche le sue lezioni vanno prese con cautela.  

Partiamo dal metodo. Il fiorire di studi messo in evidenza da De Vincenti è sì una ricchezza ma ha anche portato a minare la capacità della teoria economica di fornire risposte adeguate ‘‘univocamente determinate’’. La modellistica teorica con il suo tentativo di microfondare anche i comportamenti macro riconducendoli alle scelte degli individui mediate da una condizione di equilibrio nei mercati si è rivelata una casa molta ampia – a differenza di quello che si sostiene nel ‘‘Manifesto’’ – in cui tante teorie hanno diritto di cittadinanza con implicazioni di analisi e di policy molto diverse tra loro. Ad esempio riguardo ai mercati finanziari abbiamo teorie con piena dignità sull’efficienza dei mercati e sull’inefficienza degli stessi. Abbiamo tante teorie delle crisi finanziarie ma non c’è la teoria della crisi finanziaria. I fondamenti teorici di queste teorie hanno perlopiù a che fare con il comportamento degli individui e con il funzionamento dei mercati e delle istituzioni economiche e quindi non sono univocamente determinati. Il menu delle teorie e delle ipotesi tra cui scegliere è ampio. Il ‘‘mito’’ di ricorrere alle verifiche empiriche per testarne al validità appare fallace giacché spesso regna l’indeterminatezza anche su questo fronte. Molte di queste teorie sono poi di analisi parziale  e non presentano una teoria generale con il rischio che le loro implicazioni dipendano fortemente dalle ipotesi di partenza. Insomma curiosamente non abbiamo una sola ‘‘Teoria’’ almeno riguardo alla microeconomia.

Nella moderna teoria economica regna in qualche misura l’indeterminatezza con tanti ‘‘pezzi’’ di teoria, ipotesi difficili da verificare. Siamo ben lontani dalla rappresentazione che si vuole dare stilizzata della ‘‘mano invisibile’’ di Adam Smith e dalla robustezza dei risultati di teoria dell’equilibrio economico generale e dell’economia del benessere sviluppate nel dopoguerra: la sensazione è che la teoria dei contratti ottimi e delle asimmetrie informative abbiano aperto un vaso di pandora difficile da controllare. La crisi pone una domanda seria su questo fronte: la ‘‘microfondazione’’ sistematica dei fenomeni economici tramite il ricorso alla razionalità degli individui – che è molto ‘‘vaga’’ e non più riconducibile all’utilitarismo classico – all’analisi di equilibrio e all’analisi dei contratti ottimi è in grado di fornire risposte adeguate ai problemi di policy che si pongono. La crisi ha portato ad una battuta d’arresto significativa sul fronte: si pensi all’utilizzo che gli economisti fanno a piene mani della ‘‘reputazione’’ degli individui per definirne il comportamento sconfessata nei fatti dai lauti bonus, alla pretesa di ‘‘misurare’’ il rischio finanziario, di affidarsi alle scelte dei managers delle imprese. Attenzione però i problemi riguardano soprattutto i mercati finanziari e non è detto che riguardino anche altri settori. Per capirsi: la crisi mostra che la regolazione dei mercati finanziari era viziata da asimmetrie informative, da fenomeni di cattura ed era incapace di garantire la stabilità del sistema – un fenomeno messo in evidenza tra i tanti anche da parte di alcuni pezzi di teoria economica - è questo il caso anche della regolazione delle public utility? E’ tutto da dimostrare. Forse lo è nel caso delle infrastrutture ma non nell’applicazione del price cap.

Passiamo alla politica economica. Stabilito che non vi è un nesso stringente tra teoria economica e politica economica liberista e che i problemi riguardano il metodo della scienza economica rimane da valutare se il messaggio di politica economica negli ultimi anni sia stato ispirato da una impostazione liberista. Sicuramente c’è del vero, la finanza lo ha mostrato in modo chiaro con il mondo dell’industria che è sfuggito alle maglie della regolazione, anche alcune impostazioni di pensiero che riconducono la regolazione ad un ‘‘male’’ quando non è pro-concorrenza o che sono pregiudizialmente contro l’intervento pubblico sono sicuramente il frutto di questa visione. Regole di politica monetaria rigide e la volontà di costruire una Costituzione economica per arginare la politica sono il frutto di impostazioni simili. Ma non siamo di fronte ad un regime. La crisi da questo punto di vista offre spunti di riflessioni importanti: il fallimento del sistema privato e la necessità di un salvataggio pubblico sono un dato indiscutibile che non può essere derubricato a ‘‘soccorso temporaneo’’ per far tornare le cose a posto come erano prima. La crisi ha posto il ruolo dell’intervento dello Stato in snodi significativi dell’economia che non possono essere ricondotti esclusivamente alla regolazione, ha mostrato che il principio rules rather than discretion può portare seri danni ed altre cose ancora. La sfida sul punto è seria, richiede studi innovativi ma non si parte da zero, richiede soprattutto azione politica illuminata che rifugga la tentazione di vecchie categorie di intervento pubblico.

Speriamo che gli economisti comprendano la lezione e non si limitino a fare piccoli aggiustamenti. Non sono però del tutto convinto che i classici del pensiero economico rappresentino la guida per comprenderla (almeno nei suoi meccanismi micro).
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