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VECCHIA E NUOVA CORRUZIONE ITALIANA E-mail
Giustizia
di Alberto Vannucci
26 marzo 2010
corruzionePer sua natura il tema della corruzione ha un andamento carsico: ciclicamente riemerge in superficie, in corrispondenza di denunce e scandali che attirano l’attenzione dei mezzi di comunicazione. 

Per sua natura il tema della corruzione ha un andamento carsico: ciclicamente riemerge in superficie, in corrispondenza di denunce e scandali che attirano l’attenzione dei mezzi di comunicazione. Attraverso informazioni ricavabili da fonti statistiche e giudiziarie si può tuttavia fornire una rappresentazione – per quanto approssimativa – delle reali dimensioni attuali della corruzione italiana, individuando alcune trasformazioni che ne hanno caratterizzato l’evoluzione dagli anni di mani pulite ad oggi.
Le statistiche giudiziarie sono il principale indicatore dell’ampiezza della “corruzione perseguita”. Dopo il picco raggiunto nel 1995, quando ci sono stati quasi 2.000 crimini e oltre 3.000 persone denunciate, nel 2006 i numeri sono ridotti di circa un terzo. Lo stesso andamento, come prevedibile, caratterizza anche il numero di condanne per reati di corruzione. Anche in questo caso si passa da un massimo di oltre 1700 condanne per reati di corruzione nel 1996 alle appena 239 del 2006.
Un altro termometro utilizzabile per stimare la diffusione della corruzione è fornito da sondaggi e rilevazioni statistiche. Tra il 2005 e il 2008, secondo Eurobarometro, la percentuale di cittadini italiani che ritengono la corruzione un problema rilevante è cresciuta dal 75 all’84 per cento, nel corso del 2009 il 17 per cento ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza di vedersi chiedere od offrire una tangente. Questa visione pessimistica trova conferma nel Corruption perception index di Trasparency International. Dalla prima rilevazione del 1995 un baratro separa l’Italia dalle altre democrazie. Dopo un effimero miglioramento tra il 2000 e il 2001, si registra il crollo dal 41esimo posto del 2006 al 63esimo del 2009, con il peggiore punteggio dell’ultimo decennio, in Europa superato in negativo solo da Grecia, Bulgaria e Romania.
Una fonte ulteriore di informazioni è costituita dai mezzi di comunicazione. Le poche rilevazioni disponibili – basate sui lavori di Franco Cazzola – mostrano come tra il 1992 e il 1994 in media ogni anno siano stati presentati al pubblico 220 episodi di corruzione; scesi a 88 nel biennio successivo, a 44 tra il 1997 e il 2000. Negli ultimi due anni siamo a 29 casi appena, quasi un decimo di quelli di mani pulite, appena un terzo di quelli emersi tra il 1989 e il 1992: nel corso dell’ultimo decennio il problema della corruzione, al di là di alcune episodiche e circoscritte fiammate, è pressoché scomparso dall’orizzonte del sistema di comunicazione, si è smaterializzato. Quando si è parlato di corruzione ciò è accaduto perlopiù in via incidentale, come elemento che concorreva a rinfocolare tensioni irrisolte tra classe politica e magistratura.
Combinando i sentieri evolutivi di queste “tre facce” della corruzione – meno corruzione perseguita e presentata al pubblico, mentre il fenomeno è percepito (e vissuto) in crescita – se ne ricavano alcune indicazioni. Primo, la percezione della corruzione cresce negli stessi anni in cui si esaurisce la spinta propulsiva delle inchieste, incriminazioni e condanne diventano eventi più rari. Ciò significa che negli ultimi dieci anni si è presumibilmente allargata la forbice tra corruzione praticata e corruzione denunciata, è lievitata la “cifra oscura” della corruzione. Di qui una rinnovata sensazione di impunità per i suoi protagonisti, confermata dai toni dei protagonisti di intercettazioni telefoniche rese pubbliche negli ultimi tempi.
Secondo punto, la percezione di una corruzione rampante non scaturisce da una maggiore copertura mediatica. Al contrario, la scarsa salienza del tema sui mezzi di comunicazione è inversamente proporzionale alla sfiducia nell’onestà dei propri amministratori. Nonostante le omissioni dei media, probabilmente i canali informali di comunicazione e le esperienze dirette hanno plasmato la percezione di un clima di illegalità politica diffusa.
Terzo punto, il crollo di attenzione giornalistica dei confronti degli scandali è stato in proporzione ancora più marcato rispetto alla riduzione dei procedimenti giudiziari. Accanto alla sordina imposta sui casi scomodi dal “nuovo ordine” televisivo e mediatico, può aver influito una sorta di effetto-saturazione che, dopo la “grande abbuffata” di mani pulite, ha alzato il livello di tolleranza pubblica di “modiche quantità” di corruzione. Si è smorzato così anche il potere deterrente che la semplice esposizione al sospetto della corruzione esercitava sulla classe politica, suscitando un pubblico giudizio ancor più temuto della sanzione penale per il suo effetto distruttivo sulla reputazione.
Lo scenario è quindi quello di una corruzione ancora capillare e più frequentemente impunita, in un contesto di sfiducia generalizzata verso l’onestà dell’intera classe politica. La “nuova” corruzione presenta poi un elemento chiave di continuità rispetto a quella svelata all’inizio degli anni novanta. E’ ancora una corruzione sistemica, nella quale le condotte, gli stili, le movenze degli attori coinvolti appaiono incardinati entro copioni prefissati, seguono regole codificate. Appaiono tuttora in vigore – proprio come nelle storie svelate da di mani pulite – norme di comportamento che facilitano l’identificazione di partners affidabili, emarginano o castigano onesti e dissenzienti, socializzano i nuovi entrati, scongiurano pericolose controversie. Chi partecipa al gioco della corruzione sistemica sa così a quali interlocutori rivolgersi e la loro attendibilità, quali codici linguistici utilizzare, le percentuali, i parametri di spartizione o i criteri di rotazione seguiti da imprese o partiti cartellizzati.
Affiorano però alcuni elementi di differenziazione tra “nuova” e “vecchia” corruzione. Grazie ai processi di apprendimento si osserva l’applicazione di tecniche più sofisticate per minimizzare il pericolo di incorrere in controversie o di sollevare le attenzioni degli organi di controllo. Le “tangenti pulite” – così battezzate nell’intercettazione telefonica di una recente inchiesta – possono assumere molte forme, dall’intestazione a prestanome o familiari di società fornitrici di improbabili consulenze ad enti pubblici, alle partecipazioni societarie incrociate estese a familiari o prestanome, come camera di compensazione dei versamenti attesi.
Quella che emerge oggi, in definitiva, non è una corruzione liquida o gelatinosa, come l’hanno definita commentatori e inquirenti per contrapporla a quella del passato, strutturata intorno all’obolo coatto versato dalle imprese ai partiti. E’ infatti una corruzione ancora “solidamente” regolata, dove a seconda dei contesti il ruolo di garante del rispetto delle “regole del gioco” è ricoperto da attori diversi: l’alto dirigente oppure il faccendiere ben introdotto, il “boss dell’ente pubblico” o l’imprenditore dai contatti trasversali, il capofamiglia mafioso o l’esponente politico. Ponendosi al centro delle nuove reti di corruzione, questi soggetti assicurano l’adempimento degli impegni, favoriscono l’assorbimento dei dissidi interni e creano le condizioni per l’impermeabilità del sistema ad intrusioni esterne.


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