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Una spiegazione non convenzionale della disoccupazione giovanile E-mail
di Floro Caroleo
23 gennaio 2015

In un precedente articolo (Dal Jobs Study al Jobs Act) ho cercato di mostrare come vi sia un comune idem sentire tra gli studiosi e i policy maker che riconduce l’alta disoccupazione giovanile in Italia, se paragonata agli altri paesi europei, al malfunzionamento del mercato del lavoro. Da qui il dibattito si concentra nella identificazione delle istituzioni, le norme, formali o informali che contribuiscono a determinare tali fattori di rigidità e nella ricerca delle politiche, prevalentemente orientate ad una maggiore flessibilità, utili a ripristinare il regolare funzionamento del mercato.  

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Dal Jobs Study al Jobs Act E-mail
di Floro Caroleo
12 gennaio 2015

Negli ultimi decenni si è affermato un pensiero dominante che considera la crisi attuale come il frutto del malfunzionamento dei mercati. In particolare, in un famoso documento dell’OECD, il Jobs Study del 1994, si mostrava come la disoccupazione fosse il risultato della eccessiva rigidità delle istituzioni che regolamentano il mercato del lavoro.

La tesi mainstream individua nelle rigidità istituzionali anche la causa del deteriorarsi della condizione lavorativa dei giovani in Italia. Le soluzioni, quindi, possono essere trovate solo dopo aver analizzato i fattori strutturali che impediscono il regolare funzionamento del mercato del lavoro di costoro.

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Se le tutele del lavoro servono per favorire la buona impresa E-mail
di Franco Scarpelli
09 dicembre 2014

Da mesi siamo immersi ancora una volta nella vecchia discussione sull’art. 18, nonostante che tutti (almeno tutti coloro che vogliano ragionare nel merito, e non solo sui simboli) sappiano che l’abbassamento delle tutele sui licenziamenti non crea di per sé posti di lavoro, né di per sé può attrarre investimenti.

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Collocare gli Over 50’, la vera sfida dei servizi al lavoro E-mail
di Francesco Giubileo
09 dicembre 2014

Attualmente la “piaga” della disoccupazione giovanile rappresenta il tema principale delle politiche del lavoro, eppure all’interno di coloro che possiamo considerare “svantaggiati” i giovani non sono quelli più in difficoltà. Infatti esiste una categoria di soggetti che purtroppo paga un elemento discriminatorio (l’età anagrafica) indifferente al livello di  competenza,  ovvero quei disoccupati Over 50’ che provengono da settori saturi (manifatturieri o, piccoli imprenditori  di attività commerciali fallite, ex-quadri dirigenti) e che riscontrano una difficoltà enorme nel reinserirsi nel mercato del lavoro.


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Le sorti dell’apprendistato dopo il Jobs Act E-mail
di Lisa Rustico
24 novembre 2014

La proposta di disegno di legge avente ad oggetto le deleghe al governo in materia di lavoro sembra non intervenire direttamente sulla disciplina dell’apprendistato. In coerenza con gli indirizzi delle precedenti legislature, almeno negli ultimi dieci anni, il testo oggi in discussione alla Camera sembra voler salvaguardare e valorizzare questo contratto quale strumento privilegiato per l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.

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Disoccupazione giovanile: creare lavoro non basta! E-mail
di Francesco Berlingieri
07 novembre 2014
La causa principale dell’attuale forte incremento della disoccupazione giovanile è senza dubbio la crisi economica che continua a colpire il nostro paese. Difatti, l’andamento della disoccupazione giovanile segue “a braccetto” quello della disoccupazione per gli adulti. Diversi economisti hanno criticato l’eccessiva attenzione mediatica e politica sul fenomeno della disoccupazione giovanile e sulla ricerca di rimedi nel breve periodo per affrontarla (Si veda per esempio Barslund e Gros 2013). Nonostante la creazione di nuovi posti di lavoro sia senza dubbio la migliore medicina in tempo di crisi, è bene utilizzare l’attenzione rivolta al mercato del lavoro dei giovani per riflettere sui problemi strutturali che riguardano la transizione scuola-lavoro nel nostro paese.
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Uno spettro si aggira per il mercato del lavoro: l’agenzia nazionale per l’occupazione E-mail
di Manuel Marocco
07 novembre 2014

Il Jobs Act, in questi giorni all’esame del Parlamento, contiene, tra le molte, una delega all’Esecutivo volta alla istituzione della “agenzia nazionale per l’occupazione”. Una soluzione istituzionale, per sollevare le sorti di una rete di erogazione delle politiche attive a macchia di leopardo. A ciò si aggiunga l’esigenza di unificare/coordinare questa rete con quella delle politiche passive (l’Inps), secondo le indicazioni da tempo provenienti dall’Unione Europea. In altri paesi europei (ad es. Austria, Francia, Germania) esistono da tempo agenzie nazionali di questo tipo, anche in contesti di decentramento istituzionale. Peraltro non esiste una relazione diretta tra la presenza di un’Agenzia e la riunione in un unico soggetto delle politiche attive e passive, il vero comune denominatore dei sistemi europei in essere (vedi in questa rivista Forlani L., Politiche del lavoro e governance nei paesi dell’Unione Europea: uno sguardo d’insieme, 25 gennaio 2013).

È lecito quindi domandarsi: in Italia le politiche attive non funzionano solo a causa del modello istituzionale, come sembra implicitamente assumere il Jobs Act, oppure ricorrono anche altri motivi?  

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Che fare per la “disoccupazione” dei lavoratori autonomi (…..e gli economicamente dipendenti) E-mail
di Luciano Forlani
27 ottobre 2014

L’assicurazione contro la disoccupazione involontaria è stata pensata per i  lavoratori dipendenti (1) ed è obbligatoria nella gran parte dei paesi europei (2).  Fanno eccezione i paesi scandinavi e l’Estonia  dove l’assicurazione è  di tipo volontario  ed hanno un ruolo chiave i fondi di disoccupazione costituiti  dalle organizzazioni sindacali (3) tipici del modello Gand  (4).  

Negli ultimi anni vi è stata una  domanda  straordinaria di tutela cui i governi hanno cercato di rispondere con deroghe  e proroghe,  con ampliamenti della  platea degli assicurati, con  interventi sui requisiti di accesso ai benefici.  Molte persone in condizione di disagio (giovani alla ricerca di un primo lavoro, lavoratori atipici, etc. ) sono però rimaste senza tutele o con tutele insufficienti soprattutto in quei paesi come l’Italia (e la Grecia) che non hanno ancora allestito una rete di tutela a carattere universale.  

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I freelance esclusi dalle politiche per l’occupazione E-mail
di Anna Soru
27 ottobre 2014

L’occupazione è un’emergenza ed è al centro non solo del jobs Act, ma anche della legge di stabilità.

In entrambi questi importanti disegni di legge è evidente che l’attenzione è tutta sul lavoro dipendente ed è particolarmente sconfortante la totale disattenzione nei confronti del nuovo lavoro autonomo, dei freelance, che pure rappresentano una parte consistente e imprescindibile del nostro sistema produttivo.

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Ancora l'articolo 18? Molta politica, poca economia E-mail
di Roberto Tamborini
13 ottobre 2014

Immaginate che il c.t. della Nazionale di calcio alla vigilia di una partita della Coppa del mondo mandi in tribuna il giocatore più amato dai dirigenti e dai tifosi. E' quello che sta facendo il governo con quel che resta dell' art. 18 dello Statuto dei lavoratori  nell'ambito del cosiddetto Jobs Act. Perché lo fa? Perché fomentare lo scontro ideologico nella propria metà campo mentre deve conquistare il massimo consenso per vincere una partita ambiziosa e complicata?

 

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Abrogare l’art.18: sì, ma con attenzione E-mail
di Roberto Romei
13 ottobre 2014
L’abrogazione dell’ art. 18 è davvero lo scalpo che l’Italia paga ai falchi di Bruxelles? Non c’e da stupirsi se a dirlo è Susanna Camusso: la stragrande maggioranza dei lavoratori iscritti alla Cgil beneficia della tutela reale, ed è normale che l’organizzazione che li rappresenta faccia i loro interessi. Purché, naturalmente, non si camuffi una legittima presa di posizione con la difesa di un interesse generale. Né stupisce il muro alzato da una parte del PD, non si sa per ragioni strumentali o per deficit culturale. Difficile comunque ricacciare indietro l’impressione che l’opposizione agli interventi riformatori del Governo sia piuttosto un riflesso condizionato da una posizione ideologica che un consapevole e motivato dissenso.
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Le ambiguità della "semplificazione" nella delega Lavoro. E-mail
di Franco Scarpelli
29 settembre 2014

Ciclicamente ci troviamo a discutere di regole del lavoro (e art. 18). Ancora una volta fa impressione sentire spendere, anche da parte di esponenti politici importanti, argomenti palesemente fallaci, richiami superficiali se non errati al quadro normativo, equazioni prive di qualsiasi fondamento scientifico (come quella di base: più libertà di licenziamento = più occupazione). Ma in questa occasione c'è un aspetto inedito, che riguarda le modalità del processo normativo.

Il disegno di legge delega proposto dal Governo in Senato (n. 1428) è uscito dalla Commissione Lavoro ed è stato presentato all'esame dell'Aula con significative quanto preoccupanti modifiche.
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